Recensione: Delta Queen – Color Tex #5

Titolo: Delta Queen – Color Tex #5

Editore: Sergio Bonelli Editore

Autori: Mauro Boselli (testi), Fabio Civitelli (disegni), Claudio Villa (cover), GFB Comics (colori)

Formato: brossurato, 160 pg., col.

Prezzo: 5,50 Euro

Recensore: Aquila della Notte

Voto redazione: 7,5/10

 

Color Tex #5 cover

Il quinto appuntamento con “Color Tex”, edito da Sergio Bonelli Editore, è ambientato lungo il fiume Mississipi, in buona parte a bordo del battello che dà il titolo all’albo, la “Delta Queen”, magnifica “trappola per ricchi sprovveduti”, pronti a perdere montagne di soldi al gioco d’azzardo. Il piano di Taggart, padrone del battello, e Parker, suo braccio destro, è semplice e addirittura legale: un’ordinanza vieta le sale da gioco a Natchez, ma questo vale solo per la terraferma, non per il fiume. La parte “meno” legale del piano sono le rapine avvenute nelle banche delle città situate nei pressi del fiume, casualmente in corrispondenza delle fermate notturne della Delta Queen. Tuttavia i due truffatori di turno, si può stare certi che i tavoli e i mazzi a bordo sono in gran parte truccati, non hanno fatto i conti con Tex e i suoi pards. Messi sulle tracce della Delta Queen dall’omicidio di un collega ranger, i nostri si troveranno coinvolti in una storia di vendetta, nata dal cuore di Aline Beauclair, figlia di James Beauclair degli acadiani, e di Fiore Nascente degli Atakapa, che ha perso un fratello misteriosamente ucciso a bordo della Delta Queen. Sono queste le premesse di una nuova avventura, di un’indagine ricca di sparatorie, agguati, scazzottate e personaggi in chiaro-scuro. Dal giocatore professionista Rick Demarest, che nasconde più di un segreto e il cui ruolo nella vicenda appare, per buona parte della trama, non del tutto chiaro, al cajun Lucas Laforgue, teorico strumento della vendetta di mam’zelle Aline, e tuttavia disposto a scendere a compromessi per evitare un massacro, Mauro Boselli sa creare una serie di personaggi interessanti, ognuno con la propria storia, i propri interessi e il proprio ruolo.

Anche la gestione di Tex e dei pards è ottimale e ben curata: se Tex è sempre brillante, intuitivo, abile detective (in questa storia sa recitare benissimo la parte dello sprovveduto mandriano, con le tasche ben fornite e pronto a perdere tutto a poker, solo per carpire informazioni a Demarest, il quale imparerà a sue spese che Tex potrebbe sbancare Las Vegas senza battere ciglio), e, come sempre, motore dell’azione (suoi sono i piani, le decisioni e la leadership), in questo albo abbiamo un Kit Carson più in forma che mai. A farne le spese sono la finestra del Silver saloon, finita in mille pezzi a causa del volo, terminato in strada, di un malcapitato che ha avuto l’ardire di rispondere male a una cortese domanda del ranger, e un barman altrettanto arrogante nei toni e nei modi (al nervosismo di Kit, Tex risponde “Sfogati pure! E’ brutto tenersi tutto dentro…fa male alla salute!”. In questo caso quella del barman e degli avventori, che subiranno gli sganassoni di Tex e Kit, nel vano tentativo di dare loro una lezione), e anche qui una finestra finirà in pezzi, sempre ad opera di Carson, con tanto di volo, terminato nel fiume, di un cinese decisamente poco accorto. Ed è sempre Kit a far volare a terra lo stesso barman da lui già abbondantemente malmenato, questa volta con un poderoso gancio destro, perché, alla comparsa di Tiger Jack, si è scioccamente permesso di esclamare “Nel mio locale non voglio musi rossi!”. Un’abbondante dose di sganassoni, dunque, ma anche in fatto di sparatorie, la prontezza di Kit e la sua mira precisa fanno la differenza.

Da sottolineare la proverbiale correttezza dei pards, che, nella persona di Carson, una volta mezzo sfasciato il Riverfront saloon nel corso della solenne battitura inflitta agli avventori, lasciano i soldi necessari a riparare i danni provocati: come a dire che correttezza e onestà vengono prima di tutto, anche con certa gente. Ottima anche la caratterizzazione di Tiger Jack, fondamentale membro del quartetto, impeccabile nella parte dell’indiano ubriaco, nella quale si immedesima allo scopo di sorvegliare con discrezione e invisibilità le mosse degli avversari, preciso e letale nella mira (in quasi nessuna circostanza farà prigionieri, i suoi nemici sono avvisati).Il Kit Willer di questo albo, nonostante le circostanze non lo favoriscano (leggere per credere), sa ben farsi valere (e i suoi avversari se ne accorgeranno a loro spese). Insomma, in questo Color Tex il quartetto dei pards funziona alla perfezione, anche se non tutto va sempre come previsto (un buon sceneggiatore dà sempre spazio a qualche imprevisto, altrimenti dov’è il divertimento?). Buona la trama, dunque, buona la gestione dei personaggi, non del tutto scontato il finale. Giudizio positivo per Boselli.

Fabio Civitelli è il disegnatore di questo “Color Tex”, e, come sempre, non delude: le sue tavole si fanno apprezzare per la grande cura dei dettagli, per il realismo, per il gioco di chiaroscuro, per l’elegante pulizia del tratto, nonché per la grande espressività dei volti (in questo il disegnatore di Lucignano è veramente insuperabile). E proprio in virtù della sua maestria nel gioco di ombre e luci e del suo sapiente uso dei neri, Civitelli trova la sua massima realizzazione nel bianco e nero; tuttavia, va detto che la colorazione di questo “Color Tex” è davvero molto buona, e sa rendere piena giustizia ai disegni e alle virtù del disegnatore, rendendo in pieno sia le luci del giorno, che quelle della sera, nonché le ombre della notte. Siamo dunque di fronte a tutt’altra qualità rispetto alla colorazione della “Collezione storica a colori”, e questo fa la differenza quando ci si trova davanti ai 5,50 euro del prezzo di copertina: se non siete degli assoluti puristi del bianco e nero, questo “Color Tex” vale la spesa.

Per quanto riguarda le tematiche, ci troviamo di fronte a una storia di stampo classico, con tutti gli elementi classici del west: la banda di rapinatori, il gioco d’azzardo, i saloon, le risse e le sparatorie. Tuttavia questo “Color Tex”, in alcuni frangenti di trama, sa offrire di più, aprendo a spunti di riflessioni legati al razzismo nei confronti degli indiani: abbiamo già detto della parte sostenuta da Tiger Jack e dell’atteggiamento del barman nei suoi confronti, ma tutt’altro trascurabile è il ruolo sostenuto da Percy Denniston (il quale è a bordo della Delta Queen perché “il ricco genitore ha allentato i cordoni della borsa… ne ho per qualche notte di follia! E chissà che stavolta la dea bendata sia più gentile con me!”), sempre lesto a chiamare “feccia” gli indiani Cajun, gli abitatori del fiume, in prima linea quando si tratta di ostentare superiorità e altezzosità. Non è certo un caso che Boselli metta in bocca parole razziste a un personaggio viziato, smidollato e che vive dei soldi del padre, solo per perderli al gioco. É un confronto spesso presente in Tex, quello tra la fierezza degli indigeni americani, spesso poveri e confinati nelle riserve, e il rapido giudizio dei “piedidolci” dell’est, a cui i soldi e la dissolutezza non mancano mai; senza dimenticare il razzismo nato dall’ignoranza o dalla disumanità di gran parte dei “conquistatori” del west. Inutile dire che Tex la pensa diversamente: non a caso vive nel villaggio centrale della riserva Navajo.

In conclusione, non possiamo che esprimere un giudizio positivo su questo “Color Tex”, che, pur non offrendo una storia imperdibile, sa offrire l’intrattenimento cercato, e permette di immergersi nel mondo di Tex in un’avventura godibile e magistralmente disegnata.

 

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